Da Piazza del Popolo lo sguardo verso la Palla di Pomodoro, dietro spuntava il mare, poi giù per il Corso, chi è nato da queste parti, qui si sente al centro di tutto. Il tempo di un caffè da Alberini per poi risalire di qualche passo e imboccare la traversa di via Castelfidardo, e mano a mano tutto sembrava restringersi, si passava dal negozio alla bottega, dalla luce alla penombra. Poco prima di arrivare in Piazzale Innocenti, ecco un vicolo a sinistra, via della Battaglia, la strada stretta, il fondo di sanpietrini, solo un negozio, con la vetrina oscurata, neanche l’ombra di un’insegna. Appiccicato con lo scotch, un foglio bianco con su scritti a mano gli orari di apertura e chiusura, che più in là nel tempo scoprirò essere del tutto aleatori.
La porta era aperta e, affacciandomi, compresi subito di essere nel posto giusto. Il sogno si era fatto realtà, anni sui libri per diventare insegnante di scuola elementare. Sulla carta. Sì, perché mi chiedevo cosa ne avrei fatto di tutto quel sapere quando mi sarei trovata di fronte una classe di bambini scatenati, ognuno con un suo talento da portare alla luce. Ne parlavo con alcune colleghe, prima di cominciare l’anno scolastico, loro insegnavano già da un po’ e dicevano di non preoccuparmi, che una volta entrata in aula tutto sarebbe venuto in modo naturale e sarebbe bastato provare a cercarli quei diversi colori. Poi una di loro interruppe le altre con tono perentorio : “Dici di aver ottenuto l’abilitazione, ma ti manca ancora un passaggio. Per diventare maestra a tutti gli effetti, devi andare a prendere l’agenda scolastica da Bettini”.
Libri dappertutto. Impilati nelle scansie o a terra, a formare file pericolanti, o ancora nei cartoni. Libri che di lì a pochi giorni sarebbero arrivati negli zaini degli studenti di scuola elementare. E poi libri per noi docenti: di parascolastica, manuali per la programmazione, insomma tutto ciò che ruotava intorno all’insegnamento. E polvere. Era una libreria spoglia, con un tavolo, vicino all’ingresso, assemblato con i pianali delle scansie e intorno le maestre, che a prima vista parevano stonare con l’insieme, sedute a sfogliare un libro o in piedi con un ventaglio in mano, tutte a chiacchierare di riunioni, presidi e vacanze ormai andate. La loro scia di profumo si confondeva con l’odore di carta stampata. Fra loro Carlo Bettini giganteggiava.
I riccioli bianchi dalla nuca gli scendevano sulla fronte, frutto di un riporto eccezionale, qualche dente qua e là, gli occhiali spessi sugli occhi chiari e vivaci. Si muoveva in quegli spazi pressoché intasati con piglio atletico e autorevole, trovando sempre il libro richiesto, che porgeva all’insegnante di turno solo dopo aver passato, con un gesto ruvido, un panno di lana sulla copertina. C’erano diverse insegnanti in attesa e non si sa bene come il maestro Bettini potesse capire a chi doversi rivolgere, la sensazione è che lo facesse del tutto a caso, contribuendo a generare una confusione alla quale mi sarei presto abituata.
Maestro Bettini. Lo chiamavano tutti così, non si è mai saputo se maestro lo fosse per davvero. Io ero lì, in piedi dietro una tipa che sventagliava. “Buonasera signorina, lei è una nuova insegnante?” “Sì, sì, sono nuova. Mi hanno detto di venire da lei. Per l’agenda voglio dire”. Bettini ne mise sul tavolo sei o sette, diverse fra loro, e mi disse che potevo scegliere. Quando feci per pagare, capii che erano in omaggio e lo sarebbero sempre state. Me ne andai con una borsa piena di libri, ne pagai un paio soltanto, per gli altri il maestro disse che ci sarebbe stato tempo. E prese nota in una grande agenda blu. O fece finta. Fatto sta che quando tornai, per pagare una parte dei libri e restituire l’altra, si fidò della mia parola e l’agenda blu rimase chiusa. E comunque trovò il modo di regalarmi un altro libro.
Nel tempo quella libreria divenne il mio punto di riferimento e così per le colleghe. A settembre andare dal signor Bettini era come chiudere una stagione per cominciarne un’altra, quella della scuola. Quante ne ho viste in quel magazzino e quante me ne hanno raccontate. Una volta, la libreria era piena, il maestro salì su una vecchia scala di legno cigolante, sembrava non arrivarci a prendere il libro che voleva, lo toccò con la punta delle dita, finalmente, per farlo venir giù. E venne giù. Il gesto, pur di gran destrezza, penalizzò l’equilibrio del maestro che cadde anche lui, sopra il libro. Il chiacchiericcio e lo sventolio si bloccarono all’istante e per qualche secondo il tempo restò sospeso, poi Bettini, come nulla fosse, si alzò con il libro in mano, un po’ spiegazzato, gli diede la solita ripassata col panno e lo porse all’insegnante impietrita: “Ecco l’ultima novità in merito alla didattica della geografia”.
E la volta che una mia collega per andare da Bettini si prese la multa. Da quelle parti, in pieno centro storico non si poteva circolare con la macchina e, tolti i pochi parcheggi disponibili, gli altri erano, diciamo così, avventurosi. Fatto sta che la mia collega ritornando dalla libreria, si trovò appunto una bella multa per divieto di sosta, prese la notifica da sotto il tergicristalli e, senza neanche posare le borse di libri, girò i tacchi sui sanpietrini e ritornò da Bettini. “Guardi qua, per venire da lei mi son beccata la multa. E adesso chi la paga?”. Si girarono tutti, il maestro non fece una piega, disse qualcosa su come fosse impresa impossibile parcheggiare da quelle parti poi concluse definitivo: “Lasci qua la multa, gliela pago io.” E la pagò.
Nelle altre stagioni, lontane dall’inizio della scuola, di insegnanti ne capitava uno ogni tanto e i libri si consultavano con più calma. D’inverno Bettini indossava il solito cappotto grigio, il tavolo delle maestre era vicino alla stufa a gas e il leggero sibilo di sottofondo era accompagnato dallo sfogliare delle pagine, sotto la luce di un neon che si accendeva sempre più presto. Fuori via della Battaglia era buia e guardare lì dentro dall’unico riquadro della vetrina che lo permetteva, pareva un fumetto. Poteva capitare in quelle stagioni di trovare il negozio inaspettatamente chiuso. “Torno fra cinque minuti” diceva il cartello, sempre quello. Dopo un po’ avevamo capito: c’era una cabina telefonica nei pressi e bastava una telefonata al bar di Stortin, dove adesso c’è la libreria di Trengia, e chiedere del maestro Bettini. “Noi non l’abbiamo visto” dicevano dal bar, ma come non è, da lì a qualche minuto il maestro arrivava tutto trafelato, quasi di corsa, una mano teneva i capelli, che se c’era vento si alzavano sulla fronte, con l’altra apriva la porta del locale e accendeva le luci, l’aroma del caffè anticipava il profumo della carta.
Mi mancano ormai pochi anni alla pensione, ora l’agenda vado a prenderla nella libreria nuova. Ci sono i figli del maestro, è uno spazio molto più grande e confortevole, c’è una stanza dedicata a noi insegnanti e si può parcheggiare davanti alla vetrina. Ma questa è un’altra storia e la racconterà qualcun altro.
Saranno trascorsi dieci anni, o forse più, fuori faceva freddo allora mi fermai da Bettini, con lui c’era solo un bambino. “Ciao, lo sai che io e il nonno adesso abbiamo un’altra libreria? Ma questa è molto più bella e noi staremo sempre qui”. Carlo sorrise, sembrava voler dire qualcosa ma si limitò ad allargare le braccia per accogliere il nipote che gli stava correndo incontro. Poi, senza staccarsi dal calore della stufa, fece un respiro più lungo e mi chiese quanti anni avesse mia figlia. Si allontanò lentamente, per prendere da una scansia una scatola rossa, diversa da tutte le altre, da cui estrasse, come da uno scrigno, un libro di favole. Era un’edizione di pregio, cartonata, in un tempo in cui i bambini ancora leggevano le favole. Stavo per chiedere il prezzo, ma capii che non dovevo chiedere niente, il maestro mise il libro in una busta e me la consegnò, infine mi allungò la mano. Non era da lui.
Risalii a piedi via Castelfidardo, stava cominciando a nevicare. Trengia era fuori dalla sua libreria che guardava in su, mi fermai per due chiacchiere, il tempo di una sigaretta insieme, poi da Alberini presi qualcosa di caldo. Dal Corso fino a Piazza del Popolo, c’era poca gente, tutta stretta nei cappotti, erano di più i piccioni, d’istinto mi volsi al mare ma era buio, si vedevano solo la Palla e i fiocchi di neve che avevano cominciato a scendere per davvero. Battevo i denti, sentivo freddo e mi ritrovai a pensare che non era solo quello della neve, ma fu un attimo, mi strinsi di più la sciarpa ed aumentai il passo verso casa. Dopo cena entrai in camera di mia figlia, avevo l’abitudine di leggerle qualcosa ogni sera, lei era già a letto e sorrise quando vide il nuovo libro di favole, poi dopo aver scelto la sua preferita me la porse e chiuse gli occhi, preparandosi all’ascolto, io spensi la luce grande e accesi l’abat jour sul comodino.
“C’era una volta…”
– di Lamberto Bettini
